Prima di entrare nello specifico delle due Casse professionali, dei dottori commercialisti e dei ragionieri, i cui Ordini hanno dato vita all’unificazione sancita dalla legge 24 febbraio 2005, n. 34, è utile, anche se solo a meri fini conoscitivi, effettuare una rapida panoramica degli Ordini professionali e delle Casse esistenti oggi. Tra queste ultime si rinvengono infatti sia Casse che dalla loro stessa istituzione riuniscono diverse figure professionali, provenienti da Ordini differenti, sia Casse che nel recente passato, stante il mantenimento della separatezza degli Ordini, hanno avviato un progetto di unificazione. Ad oggi si contano ventisette Ordini professionali a fronte di diciotto Casse previdenziali; in particolare dodici Ordini hanno la propria Cassa professionale di riferimento (consulenti del lavoro, farmacisti, infermieri, medici, psicologi, veterinari, geometri, periti industriali, avvocati, notai, giornalisti, biologi), otto Ordini sono accomunati in tre Casse previdenziali (una per geologi, chimici, attuari, agronomi e forestali, una per ingegneri e architetti e infine una per agrotecnici e periti agrari, peraltro con gestioni separate), sei Ordini (ostetriche, tecnici sanitari di radiologia medica, tecnologi alimentari, assistenti sociali, spedizionieri doganali, consulenti in proprietà industriali) non hanno una Cassa specifica, ma i propri aderenti sono iscritti all’Inps e infine, unico nel panorama, il caso dei commercialisti e dei ragionieri, che in presenza di un unico Ordine attualmente contano due Casse separate. È particolarmente difficile riuscire oggi a delineare quale sarà il futuro delle ultime due Casse, che da quattro anni (ossia dall’entrata in vigore della legge 24 febbraio 2005, n. 34) hanno intrapreso un cammino comune finalizzato all’unificazione, non raggiungendo fino ad oggi nessun concreto risultato. Quello che è avvenuto in questi quattro anni era facilmente prevedibile. Si sta infatti parlando di due soggetti accomunati dalla normativa di legge e dalla presenza di un unico Albo professionale, ma nel contempo certamente dissimili sotto il profilo tecnico tanto da avere generato negli anni aspettative pensionistiche ed equilibri tecnico-attuariali sostanzialmente diversi. Il cammino intrapreso è andato negli anni complicandosi in vista delle scelte che, nell’ambito dell’autonomia di ciascuna Cassa, sono state realizzate al fine di garantire la stabilità del sistema. Stabilità che i Ministeri competenti, tramite il D.M. 29 novembre 2007, hanno inteso ricondurre alla presenza di un saldo corrente (differenza tra entrate e uscite) positivo per almeno trenta anni. Gli scenari che potrebbero delinearsi nel futuro delle due Casse in esame sono ovviamente vari, ma è importante sottolineare che qualsiasi scelta sarà fatta, questa dipenderà soprattutto dalla volontà politica delle parti e avrà poco a che vedere con questioni di natura tecnica. Queste ultime infatti hanno sempre una o più valide soluzioni, ovviamente diverse a seconda della scelta politica che deve essere realizzata. Nel seguito sono descritti i vari scenari che potrebbero presentarsi: - mantenimento delle due Casse già esistenti con adesione volontaria dei nuovi iscritti all’Albo dei dottori commercialisti e degli esperti contabili all’una o all’altra Cassa; - creazione di una nuova Cassa (sul modello del d.lgs. n.103/1996) a favore dei nuovi iscritti all’Albo dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, a fronte dell’inevitabile chiusura delle due Casse esistenti con trasferimento o liquidazione delle posizioni maturate; - chiusura di una delle due Casse e introduzione dell’adesione obbligatoria all’altra Cassa dei nuovi iscritti all’Albo; - unificazione delle due Casse, eventualmente prevedendo gestioni distinte a seconda della tipologia di iscritti (vecchi iscritti dottori commercialisti, vecchi iscritti ragionieri, nuovi iscritti). In linea generale si ritiene utile osservare che le soluzioni che prevedono la chiusura di una o di entrambe le gestioni sono quelle più drastiche, in quanto comportano inevitabili problemi di solvibilità (interruzione del sistema di redistribuzione del reddito tipico di tutti i sistemi previdenziali) oppure un pericoloso precedente nel caso in cui fosse realizzato il trasferimento dell’onere della gestione chiusa all’Inps. Altrettanto non sarebbe auspicabile che la soluzione fosse scelta dal legislatore in maniera impositiva rispetto alle Casse, ciò in quanto si tratterebbe di una “fastidiosa” interferenza nell’autonomia e nella capacità delle Casse di autodisciplinarsi. È ovvio che la soluzione più equilibrata è rappresentata dall’unificazione delle due gestioni; soluzione ambiziosa e non facile, che come tale deve essere esplorata e valutata accuratamente e che dovrebbe essere ricercata in virtù della responsabilità che gli Organi di amministrazione dei due Enti hanno nei confronti degli attuali professionisti in attività, dei pensionati e dei futuri iscritti all’Albo professionale. Progetto di unificazione a parte, ci troviamo in un’epoca in cui è necessario riesaminare con attento senso critico il sistema di sicurezza sociale via via costruito in Italia negli ultimi cinquanta anni. Le promesse pensionistiche fatte a suo tempo non sono infatti mantenibili in presenza di una struttura per età della popolazione totalmente sbilanciata sulle età più avanzate. L’intervento sulla previdenza di base dei dipendenti è già parzialmente avvenuto, come anche per alcune categorie professionali (quelle le cui Casse previdenziali sono sorte ex d.lgs. n. 103/1996), con l’introduzione di sistemi di calcolo totalmente contributivi. Tali sistemi, che non presentano problemi di stabilità come quelli dei “vecchi” regimi, sono invece colpiti da altrettanti gravi problemi che riguardano l’adeguatezza della prestazione rispetto al reddito percepito durante il periodo di lavoro. Nel presupposto che un regime a prestazione definita in perfetto equilibrio attuariale non sia dissimile da un regime a contribuzione definita in altrettanto equilibrio attuariale, il problema futuro, che coinvolge tutte le Casse, risiede principalmente nell’obiettiva difficoltà di destinare maggiori risorse al risparmio previdenziale, aggravata dalla doppia tassazione che colpisce nel caso specifico i redditi patrimoniali.