Dedicare un numero della rivista dei dottori commercialisti e degli esperti contabili italiani allo sport e al tempo libero può sembrare un vero e proprio supplizio di Tantalo per i lettori. Infatti, i ritmi della nostra professione sono tali che, se svolgessimo una indagine statistica, emergerebbe un numero allarmante di Colleghi che svolgono come principale disciplina sportiva il mezzo fondo dallo studio agli uffici dell’Agenzia delle Entrate (adattato a scatto su breve distanza per chi ha lo studio nelle immediate vicinanze) e che pensano che la dicitura “tempo libero” designi quella parte del tempo passata a lavorare o a studiare che però non si riesce a fatturare ai clienti (da questo punto di vista, il tempo libero negli studi sta crescendo in modo davvero impressionante di anno in anno). In realtà, svolgere con continuità una o più pratiche sportive ed avere delle passioni al di fuori del lavoro è fondamentale per l’equilibrio psicofisico di chi è soggetto ad una quotidianità lavorativa usurante sotto ogni punto di vista.
Chi non fa sport è tanto meno giustificato quanto maggiore è la sua brillantezza professionale ed il suo acume intellettuale, perché si autocondanna scioccamente ad una diminutio della sua proiezione egotica nell’immaginario collettivo. “Hai visto Tizio? È veramente in gamba, un fior di professionista”. “Sì, però è un flaccido ciccione che prende la macchina anche per andare dalla camera da letto al gabinetto”. Se non c’è bastevole amor proprio in se stessi, dovrebbe essere sufficiente la serena consapevolezza di poter essere oggetto di simili raffinati commenti per far scattare la molla interiore: ma come, riesco nella vita proprio dove è più difficile e devo dare sponda a chi vuol dirmi male proprio su qualcosa che è tutto sommato sotto il mio controllo, perché dipende esclusivamente dalla mia forza di volontà e non da altri fattori? Lazzaro, alzati e corri (o nuota, vai in bici, ecc.). Oltre allo sport, è poi opportuno avere interessi e passioni che vadano al di là della professione. Dalla cultura ai viaggi, fino ad arrivare a cose più patetiche e stereotipate tipo le automobili, tutto fa comunque brodo per assicurare alla collettività di non ritrovarsi un potenziale serial killer in libertà. Pur essendo io per primo un grandissimo appassionato della professione che tutti noi abbiamo scelto, quando conosco un Collega che vive letteralmente per il lavoro comincio il conto alla rovescia per quando lo vedrò sulle prime pagine dei giornali. I commenti di chi lo conosce da una vita saranno in quell’occasione: “non aveva mai fatto male ad una mosca”, oppure “era tanto dedito al lavoro, chi lo avrebbe mai detto”. Intanto però sul selciato ci sono più di venti persone, tra vicini di casa e passanti, perché qualcuno gli ha fregato il parcheggio sotto casa, mentre lui è ancora latitante, dopo essere fuggito nella boscaglia completamente nudo, gridando frasi sconnesse del tipo: “la scadenza ormai è andata” e “non c’è ravvedimento che tenga”. Insomma, per chi fa un lavoro come il nostro, temersi in forma fisica è un dovere anzitutto verso se stessi, mentre staccare ogni tanto è un dovere innanzitutto verso gli altri (a cominciare da chi ci sta accanto e ci sopporta nelle mille tensioni che ci portiamo a casa); anche perché, essendo noi oltre 110mila, siamo un po’ troppi per poter essere gestiti efficacemente dal sistema sanitario nazionale di igiene mentale. Per “staccare ogni tanto”, poi, non serve neppure chissà che organizzazione. C’è indubbiamente chi, per staccare, ha bisogno di fare un rogo propiziatorio di tutti i suoi cellulari e poi partire per la Papuasia, ma c’è anche chi si rilassa davvero già soltanto con un piccolo cambiamento d’aria, senza nemmeno bisogno di tagliare completamente i ponti con il quotidiano. Anzi, se si è dotati della giusta perversione, qualche telefonata di lavoro durante una vacanza ristoratrice è un vero e proprio toccasana per chi è sufficientemente soddisfatto della sua quotidianità da avvertire il bisogno di rilassarsi, ma non necessariamente di fuggire da essa. D’altro canto, se ti piace il tuo lavoro, lavorare un’ora al giorno è bellissimo. Il problema è quando ti tocca farlo anche per le altre ventitre ore della giornata, ma quando queste altre ventitre ore le passi in immersioni, pennichelle e letture svaganti, ecco allora che la telefonata o la rapida occhiata al pc diventano parte integrante del relax. Un po’ perverso, l’abbiamo detto, ma mille volte meglio qualche sana perversione innocente di una potenzialità provvisoriamente inespressa da serial killer pronto ad esplodere. Ad ognuno il suo equilibrio psicofisico, dunque, purché ognuno si impegni a cercarlo e mantenerlo. Se considerate che questo pezzo lo sto scrivendo durante le mie vacanze, sono certo che, se sarete indulgenti, mi iscriverete alla lista dei perversi: altrimenti, se indulgenti non siete, aspettatemi al varco nel buio della notte, con la barba incolta di vari giorni, un sorriso stralunato e una bella motosega in mano di quelle che fanno scintille. È solo questione di tempo; nel mio caso forse nemmeno troppo. Il mattino ha l’oro in bocca, il mattino ha l’oro in bocca, il mattino ha l’oro in bocca, il mattino ha l’oro in bocca, il mattino ha l’oro in bocca…